L’Avventura della Vita
Camillo nasce a Bucchianico, un paesello abruzzese aggrappato a un colle tra Chieti e la Maiella, il 25 maggio 1550. La madre, Camilla de Compellis, “già vecchia e tenuta da tutti come sterile et inabile a far più figli”, durante l’inattesa e direi straordinaria gravidanza, aveva fatto un sogno premonitore che interpretò in senso funesto o di malaugurio: vide il suo bambino grandicello seguito da tanti altri, segnato come loro da una croce sul petto. Temette che sarebbe diventato un capo di banditi. Camillo cresceva bello e robusto, arriverà a superare l’altezza di due metri.
Presto si trovò più in piazza che a scuola. Con una madre anziana e un padre nella milizia, è lasciato un po’ a se stesso. Manifesta carattere forte, vivace, a volte irruente; educato dall’esempio della madre, dimostra bontà d’animo verso i poveri e i mendicanti. A tredici anni gli muore la mamma, e in costante assenza del padre, è affidato a parenti e amici.
Ma il giovane è bizzarro, poco propenso agli studi, spensierato e talvolta violento, sempre più schiavo del gioco delle carte e dei dadi.
A diciotto anni segue l’esempio del padre e intraprende la carriera delle armi, ma ben presto il padre Giovanni si aggrava e improvvisamente muore.
Al dolore per la perdita del padre, si aggiunge la comparsa sulla gamba destra di una fastidiosa piaga che tende ad aggravarsi. È costretto a ricoverarsi per le adeguate cure all’Ospedale S.Giacomo degli Incurabili di Roma. Dimesso come infermo, rimane in ospedale e viene assunto come garzone. Dopo alcuni mesi viene “licentiato dal mastro di casa di quel luogo perchè esso Camillo era di molto terribile cervello, facendo sovente questione hor con uno et hor con un altro servente dell’hospedale. Et anco per essere lui così al giuoco delle carte inclinato, che spesso lasciando il servigio delli infermi se ne andava sopra la riva del Tevere a giuocare con i barcaroli di Ripetta”.
Ritorna nuovamente alle armi, superando non pochi pericoli per terra e per mare. A 25 anni si ritrova solo, sbandato e disoccupato, costretto a chiedere l’elemosina davanti a una chiesa di Manfredonia, perché a Napoli ha perso tutto al giuoco delle carte “per la medesima ingordigia del giuoco, si vendè quanto gli era rimasto, cioè la spada, l’archibugio, i fiaschi della polvere et un mantello giuocandosi ogni cosa, e restando affatto povero e mendico”. Si adatta a fare il manovale presso un convento di Cappuccini. Ma il Signore lo attendeva sulla via che da San Giovanni Rotondo porta a Manfredonia. È il 2 febbraio del 1575, per strada “all’improvviso fù assaltato dal Cielo con un raggio di lume interiore tanto grande del suo miserabile stato che per la gran contritione gli pareva d’haver il cuore tutto minuzzato, e franto dal dolore, onde non potendo per la insolita commotione che sentiva in se stesso mantenersi più a cavallo, come abbattuto dalla divina luce si lasciò cadere in terra nel mezzo della strada. Dove ingenocchiato sopra un sasso cominciò con insolito dolore, e lagrime che piovevano da gl’occhi suoi à piangere amaramente la vita passata. Dicendo con parole da molti singhiozzi interrotte: ah misero et infelice me che gran cecità è stata la mia a non conoscere prima il mio Signore? Perché non ho io speso tutta la mia vita in servirlo? Perdona Signore, perdona a questo gran peccatore”.
Deciso a cambiar vita, vuole farsi cappuccino, ma dopo qualche anno, il continuo ribatter del saio sulla gamba gli riapre la piaga e deve tornare a Roma all’Ospedale degli Incurabili. Ora Camillo è totalmente cambiato, più che pensare a guarire, si dedica al servizio degli infermi bisognosi di assistenza: la mente e il cuore rischiarati dallo Spirito gli fanno aprire gli occhi sulle tristi condizioni dei malati, meritandosi progressivamente la fiducia di tutti e ricoprendo incarichi di responsabilità sempre più importanti. Pur ritornando più volte dai Cappuccini, viene alla fine da questi dimesso per motivi di salute, per quella piaga che non si rimarginerà più, facendosi col tempo più estesa e profonda. Si convince che la sua casa sarà l’ospedale, si sente interiormente chiamato a fare qualcosa di radicale per migliorare le tristi condizioni degli infermi, ma non sa da dove iniziare. Tenta di scuotere il personale spesso negligente e disamorato, ma non vi riesce.
Ecco allora che una notte, alla vigilia della festa dell’Assunta del 1582, è come folgorato da una ispirazione celeste “gli venne il seguente pensiero: ch’à tale inconveniente non si poteva meglio rimediare che con liberare essi infermi da mano di quei mercenarij et in cambio loro istituire una Compagnia d’huomini pij, e da bene, che non per mercede, ma volontariamente e per amor d’Iddio gli servissero con quella charità et amorevolezza che sogliono far le madri verso i loro proprij figliuoli infermi”.
Camillo si confida con alcuni amici disposti a condividere l’idea e riferisce che una notte lo stesso Crocifisso in sogno lo ha incoraggiato di fronte alle prime difficoltà dicendo: “Continua, pusillanime, l’opera non è tua ma mia”. Ma gli amministratori dell’ospedale guardano con sospetto all’iniziativa di quel gruppo di sedicenti volontari e la contrastano in ogni maniera. Perciò Camillo decide di trasferirsi con i suoi primi compagni alla Chiesa della Madonna dei miracoli e con loro inizia a prestare giornalmente servizio nel vicino ospedale di Santo Spirito, che diventerà negli anni fino alla sua morte il “suo paradiso in terra, il suo giardino profumato, la sua vigna e cava d’oro”.
Mentre il gruppo cresce, in Camillo aumenta la consapevolezza di non possedere una preparazione culturale e teologica “ritenendosi huomo idiota e senza lettere”. Anche S. Filippo Neri, suo direttore spirituale, all’inizio è fermamente contrario ai progetti di Camillo, con il tempo però cambierà idea, favorevolmente impressionato dalle innumerevoli ed eroiche testimonianze di carità offerte da lui e dai suoi compagni. Decide pertanto di studiare un po’ di latino e di teologia, realizzando anche il sogno di diventare sacerdote. Ora si sente pronto a redigere un codice di “Regole della Compagnia delli servi degli infermi”, inventando un modo nuovo e moderno di organizzazione ospedaliera, come vedremo più avanti. Tale radicale cambiamento non sfugge all’attenzione vigile del Pontefice Sisto V, che ammirato dalla fede, dal coraggio generoso e forte di Camillo e dei suoi seguaci, approva la sua Compagnia l’8 marzo 1586 e li autorizza a portare sulla talare una croce rossa. La Compagnia, formata di Padri e Fratelli, i Padri svolgono prevalentemente il ministero spirituale e i Fratelli quello corporale e sanitario, estese il suo raggio di azione anche fuori Roma, come a Napoli dove il Vescovo richiese la presenza dei figli di S. Camillo in Diocesi presso l’Ospedale dell’Annunziata, con a capo un giovane religioso, Padre Biagio Oppertis, che sarà poi successore di Camillo nella guida dell’Ordine. Poco dopo scoppia al porto di Napoli una violenta epidemia e i Camilliani accorrono per i necessari soccorsi. Fatiche e stenti favoriscono il contagio fra di loro. Tre religiosi muoiono sul campo: sono i primi dei tanti che offriranno la vita nell’assistenza durante le pesti. Anche a Roma riprende a dilagare la carestia e fatalmente subentra il morbo pestilenziale. Due anni, 1590-91 che prostrano la città: Camillo organizza un’assistenza capillare e apre un ospedale di 300 posti letto. I religiosi si segnalano nella città per la loro dedizione. Assistono con particolare cura di giorno e di notte i moribondi, tanto che vengono chiamati “Padri della buona morte”. Non mancano anche qui le vittime o “i martiri della carità”. L’abnegazione e l’eroismo di Camillo e dei suoi figli non passano inosservati e il Pontefice Gregorio XIV emana un Decreto che eleva la Compagnia a Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi.
Nel giro di pochi anni la conoscenza del nuovo Ordine si diffonde in tutta Italia. Vescovi, enti ospedalieri, autorità civili chiedono la preziosa opera dei religiosi di San Camillo, soprattutto allo scoppiare di carestie o pestilenze o altre pubbliche calamità. Incomincia per Camillo una nuova serie di impegni e fatiche. Pronto ad ogni richiamo intraprende lunghi e travagliati viaggi, a piedi, a cavallo, per terra e per mare, allo scopo di studiare e progettare nuove fondazioni, visitare poi le singole comunità e confortare con la sua presenza e l’esempio di servizio diretto agli infermi del luogo. A Milano presso l’Ospedale Ca’ Granda, a Genova presso l’Ospedale Pammatone, e poi a Firenze, Ferrara, Messina, Palermo, Mantova, Viterbo, Chieti, Caltagirone e tante altre città piccole e grandi. Papi, Cardinali e Vescovi chiedono consigli a Camillo per rimediare ai disordini degli ospedali. Particolarmente Clemente VIII, il quale “essendo andato due volte nel principio del suo pontificato a visitare l’hospidale di S. Spirito, restò di Camillo tanto edificato, che si servì alhora non poco del parer suo per servigio di detto hospidale: havendolo trattenuto almeno un’hora con lui in una stanza da solo, trattando del sudetto negotio”.
Le calamità, le carestie, le pestilenze, le guerre lo fanno accorrere con i suoi come a “sagre della carità”. Coinvolge sacerdoti e laici, scuote le città e la Chiesa, trasmette a tutti il suo fuoco e la sua ansia: ”vorrei avere cento braccia per raggiungere la moltitudine dei sofferenti”.
Prostrato dalle fatiche e da varie malattie, Camillo morì a Roma il 14 luglio 1614, alla Maddalena, la Casa-Madre dell’Ordine, che custodisce le sue spoglie, le sue reliquie e i suoi scritti.
Il grande Pontefice Benedetto XIV lo proclamerà prima Beato e dopo pochi anni Santo il 29 giugno 1746.
Papa Leone XIII nel 1886 attribuirà al Santo il titolo di Patrono di tutti i malati e ospedali del mondo.
Papa Pio XI nel 1930 proclamerà Camillo Protettore del Personale Ospedaliero.
Un martire della carità
Il Papa Benedetto XIV conobbe più di ogni altro la vita e le eroiche virtù di Camillo, perché per quasi vent’anni fu il Promotore della fede in vista della Beatificazione e della Canonizzazione. Ricevendo perciò i Cardinali in segreto Concistoro il 18 aprile 1746, ebbe a dire di Camillo: “Vi sono parecchi Teologi e Padri che chiamano martiri non soltanto coloro che sono uccisi dagli eretici in odio alla fede, ma riconoscono come martiri anche quelli che si occuparono talmente nel servizio di Dio e delle anime, da abbracciare in modo assiduo e continuo le opere di carità, non solo ordinarie, ma anche eroiche. Noi non abbiamo approvato questa opinione, ma se avessimo seguito la sentenza opposta, non avremmo certamente potuto trovare un modello più eminente da classificare tra i martiri di una tale carità, che la vita e le virtù che onorano il Beato Camillo de Lellis”.
Tutto il cammino che lo porterà a questa eroica carità è la scoperta della dignità di ogni uomo, soprattutto se malato, che incarna la presenza viva del Cristo, pupilla e cuore di Dio, che diventa il suo signore e padrone.
Le parole del Vangelo per Camillo sono luci folgoranti ed evidenti: “qualunque cosa avrai fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’hai fatto a me”. “Io ero povero, malato, affamato, abbandonato, e tu mi hai curato e servito con cuore di madre”. ”Venite benedetti del Padre mio, perché io ero malato e voi mi avete visitato”.
Per lui una fede viva viene collaudata e confermata da una carità operosa, per questo ripete sovente: “non mi piace quella pietà che taglia le mani alla carità”. Ecco come il Cicatelli, suo fedele seguace e testimone oculare descrive i diuturni servigi che Camillo presta ai malati e che trasforma in preghiera, adorazione, contemplazione del suo Signore. “Erano gli occhi suoi tanto abbagliati dallo splendore di quei poveri, che nelle facce loro esso non mirava altro che il proprio volto del suo Signore. Una volta dicendogli un infermo: Padre, vi prego a rifare il mio letto, egli stette quasi per adirarsi, come gli havesse fatta grande ingiuria ad haver usato quel termine di pregarlo, rispondendogli così: Dio vi perdoni fratello, voi pregate me? Non sapete ancora, che mi potete comandare, essendo io vostro servo e schiavo? E subito con grande fervore gli rifece il letto”.
“Considerava egli tanto vivamente la persona di Christo in loro, et spesso quando gli imboccava, dimandava loro sotto lingua gratie et il perdono de’ suoi peccati, stando così riverente nella lor presenza come stesse proprio nella presenza di Christo, cibandogli molte volte scoperto et ingenocchiato. Quando pigliava alchun di loro in braccio per mutargli le lenzuola esso faceva ciò con tanto affetto et diligenza che pareva maneggiasse la propria persona di Gesù Christo. Molte volte nel licentiarsi da loro gli baciava le mani, o la testa, o i piedi, o le piaghe come fussero state le piaghe di Gesù Christo”.
“Era egli per l’ordinario di natura alquanto taciturna e melanconica, ma quando in alchuno hospidale entrava, subito rischiarandosi il cielo per lui pareva che ogni sorte di melanconia gli passasse. Non solo parendo che divenisse allegro lui ma anco tutto l’hospidale. Rallegrandosi dell’andata sua i zoppi, i sordi, i muti et insino i ciechi ne sentivano l’odore e lo chiamavano e salutavano per nome”.
È questa intima gioia che Camillo cerca di trasfondere nei suoi figli, ripetendo spesso loro: “Beati voi! Beati voi! Che avete così buona occasione di servire Dio al letto degli infermi. Beati voi se potrete essere accompagnati al tribunale di Dio, da un sospiro, da una benedizione, da una lacrima di questi poverelli infermi”.
Un moderno riformatore della sanità
Ai tempi di Camillo de Lellis a Roma come altrove, l’ospedale era un estremo rifugio dei disperati, di vagabondi o abbandonati, e una marea di contagiosi – gl’incurabili – rifiutati da tutta la società. E quando questi non potevano o spesso non volevano entrare nell’ospizio, si trattenevano nelle loro misere abitazioni senza cure e alcun soccorso, o si rifugiavano nelle grotte romane o sotto gli archi dell’acquedotto nell’agro laziale. La società rinascimentale li ignorava, li riteneva gli ultimi e li emarginava. La cultura umanistica esaltava sì l’uomo, ma l’uomo geniale, l’artista creativo, il principe forte e astuto, l’invitto capitano di ventura, lo scopritore di nuovi mondi; ma il poveraccio senza prestigio e senza potere, o per di più malato o malandato, non trovava alcuna considerazione.
Camillo scopre “quest’uomo”, anzi ne va in cerca, offrendogli dignità, rispetto, tenerezza. Naturalmente si dedica a “tutto l’uomo”, non solo alla sua malattia. Figlio del suo tempo, ma contestatore del suo tempo, Camillo ha anticipato i tempi moderni, ponendo chiaramente il problema “dei diritti dei malati”, non a parole ma con i fatti, non come dei principi astratti ma come bisogni concreti che esigono precisa risposta da chi sta attorno ai sofferenti. Per costoro cerca anzitutto di trasformare l’ospedale in casa, in casa di ospitalità, e di dare ad essi il servizio umano che come uomini si meritano. Possiamo definirlo il propugnatore della moderna umanizzazione, l’antesignano della medicina antropologica, il precursore della Croce Rossa internazionale; ha di fatto rivoluzionato il mondo sanitario del suo tempo, attuando una vera e moderna riforma sanitaria. Già nei fatti ha introdotto e per la prima volta, il concetto di costituzione “gruppi di lavoro” e “lavoro di gruppo orientato al raggiungimento di obiettivi comuni” (la Compagnia da lui fondata); la formazione degli operatori sanitari con prove pratiche (oggi le chiameremmo applicazione del metodo Guilbert con role-play e successiva supervisione); la trascrizione delle regole comportamentali (oggi le chiameremmo procedure); diffusione e implementazione di tutto questo in giro per gli ospedali italiani (oggi lo chiameremmo marketing sanitario e applicazione di un medesimo standard nella qualità dell’assistenza, a prescindere dalla posizione geografica). Di tutto questo si può avere conferma leggendo con attenzione “le regole per servire con ogni perfettione li poveri infermi”, scritte da Camillo alla Ca’ Granda di Milano nel 1584 e aggiornate nel 1607 e nel 1613.
Questi principi Camillo detterà alla società, alla Chiesa, alla cultura del suo tempo. Anche all’interno della Chiesa Camillo contesta il metodo in vigore negli ospedali di tutta Europa e introdotto dal Concilio Lateranense IV che obbligava i malati a confessarsi e comunicarsi prima del ricovero e ai medici impediva di soccorrerli se prima non avessero esibito tale certificato. Si batte quindi, e vi riesce, in tempi non sospetti, per la libertà religiosa di ogni uomo, anticipando di quattro secoli le indicazioni scaturite dal Concilio Vaticano II. Inoltre partendo dal presupposto che la carità è il cuore del vangelo, vuole che la preghiera, i sacramenti, la stessa liturgia siano a servizio della carità, anzi hanno senso e valore solo se aiutano al raggiungimento della carità, apice della perfezione. Vuole pertanto che per la carità si sacrifichi tutto, anche la Messa: ripete “lasciate Cristo per Cristo”. Gli stessi voti devono addestrare e preparare a meglio vivere la carità ai malati: la povertà per non amare i beni, ma il bene vero del malato che è la sua salute; la castità per avere occhi più puri per vedere, amare e servire Dio in ogni infermo; l’obbedienza per allenarsi a obbedire ai malati “nostri signori e padroni”.
San Camillo può dire oggi molto alla nostra sanità malata. Il grande Papa Benedetto XIV, nella Bolla di Canonizzazione, ha solennemente affermato che Camillo “creando nella Chiesa un istituto per l’assistenza completa agli infermi, ha fondato una nuova scuola di carità che fu e sarà di grande giovamento per le anime”. Non dal pulpito o da una cattedra universitaria. Ma dall’ospedale. Da quell’ospedale del suo tempo in cui è entrato anche lui come “incurabile” per una piaga alla gamba che mai più si rimarginerà. Un ospedale che deve tornare ad essere, nei desideri di Camillo, l’hotel Dieu, l’albergo di Dio, destinato ad accogliere ogni uomo, da porre al centro delle cure e premure di quanti scelgono di servirlo “con il cuore nelle mani”.
Rosario Messina